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PowerBook G3 “Pismo” [seconda parte]

Vivere con il PowerBook

Il rapporto con il computer portatile era diventato veramente simbiotico: non si trattava più solo di uno strumento di lavoro, per scrivere e progettare, o per interagire via posta elettronica nell’ambiente di lavoro; altri usi diventavano pervasivi. Alcuni esempi.

Pismo era dotato di lettore DVD, il primo che entrava in casa mia, e quindi diventò anche lettore DVD per i film. Per uno che abitava da solo a Milano per tutta la settimana lavorativa, con un negozio Blockbuster proprio dall’altra parte della via, l’affitto di un buon film era spesso l’unico modo per “staccare” dal lavoro.

Oppure bastava un software di mappe stradali (Route 66) per dipendere dal laptop anche quando uno si trovava a girare per le vie di una città non conosciuta (ho già detto che facevo molti chilometri?) E siccome l’appetito vien mangiando, arrivai a comprarmi un ricevitore GPS da collegare a una porta USB (un oggetto ingombrante e piuttosto lento rispetto agli attuali GPS integrati che sono dentro gli smartphone); insieme al software di navigazione e alle mappe stradali aveva prestazioni vagamente simili ai navigatori per auto che cominciavano a diventare popolari (per quanto molto costosi). Dovevano passare ancora diversi anni prima che arrivasse Google Maps.

E ancora: cominciai il mio percorso di avvicinamento alla fotografia “all digital” attrezzandomi per digitalizzare direttamente da pellicola i miei ventennali archivi di fotografie. Per prima cosa mi procurai uno scanner per pellicola fotografica (comprato usato, Minolta Dimage Scan Elite II, ottimo), ovviamente dotato di interfaccia Firewire e di software compatibile Mac, con cui cominciai un’opera da certosino che non è mai finita del tutto (e che prima riempì decine di CD e DVD, poi andò ad affiancare i tanti Terabyte del mio archivio di foto “native digitali”). I risultati della digitalizzazione furono a volte ottimi e – più spesso – mediocri.

In realtà, una volta arrivato ai media digitali, la fotografia in particolare, il G3 aveva mostrato tutti i suoi limiti, vuoi di memoria, vuoi di potenza di calcolo, per non parlare della mancanza di un masterizzatore di DVD (per la cronaca, 36 fotografie di un rullino, digitalizzate a 2700 x 4000 pixel, pari ad oltre 80 Mbytes ciascuna, occupano circa 3 Gbytes!)

Il Pismo fu uno dei primi Powerbook ad avere una scheda WiFi integrata. In ufficio questa era di poca utilità: I.NET era robustamente cablata in ogni stanza in FastEthernet; soltanto quando andavo a trovare Guido nel suo ufficio e dovevamo condividere la connessione, si sfruttava il nodo WiFi che lui aveva autonomamente collegato alla rete interna (in I.NET “ogni dipendente si sente – e si comporta da – imprenditore”).

A casa viaggiavo ancora con la linea telefonica ed il modem, e mi sentivo uno di quelli che predicano bene e razzolano male, perché ai convegni sostenevo l’importanza di rendere disponibile ai giovani una buona connessione ADSL per aiutarli a “vivere la Rete” e poi non facevo niente del genere a casa mia.

Quando la nuova casa divenne finalmente abitabile, uno dei primi acquisti fu uno switch WiFi, LinkSys, ordinato direttamente negli USA insieme ad una scheda per PC per mettere in rete anche il Wintel su cui metteva le mani mio figlio Daniele. La configurazione definitiva comprendeva: un modem ADSL con funzioni di router, uno switch WiFi (con una porta per stampante ed alcune porte Ethernet) con funzioni di server DHCP, NAT e firewall configurabile, un PC con scheda WiFi LinkSys, un PowerBook G3 con scheda Airport. Gli smartphone non sarebbero arrivati prima di 7 anni dopo.

Tutto funzionava in 802.11b (con 11Mbps di banda teorica). Il PC con scheda (ed antenna esterna!) faticava parecchio, ma Pismo faceva sempre il suo dovere e mi permetteva di scrivere comodamente seduto sul divano a piano terra, mentre la stampante vomitava fogli al piano superiore. Per il collegamento Internet avevo puntato sul collega ed amico Paolo Nuti, avendo MClink un’offerta “consumer” su Genova, mentre I.NET aveva solo soluzioni per aziende.

Quante volte mi sono congratulato con me stesso per essere stato previdente e aver provveduto per tempo a cablare casa. Il WiFi fu particolarmente utile l’anno successivo, quando rimasi chiuso in casa per una lunga convalescenza, ma potrei tenermi aggiornato con il lavoro grazie alla posta elettronica (e un po’ di videoconferenze).

Mac OS X: gioie e dolori

Gli anni del Pismo furono soprattutto gli anni della migrazione dal “System” proprietario di Apple su cui erano basati tutti i Mac precedenti (provvisoriamente ribattezzato “Mac OS9”), al “Mac OS X” basato su UNIX che avrebbe caratterizzato la piattaforma Mac dal 2000 in poi.

L’inizio della migrazione fu un rapporto di amore-odio: per me che avevo investito buona parte della mia carriera universitaria nel propagandare le bellezze di UNIX (il mio primo sistema era stato un Bell Labs Version 7, anno 1981), poter unificare sullo stesso computer che stava sulle mie ginocchia la migliore piattaforma h/w, il sistema operativo che conoscevo fin nei meandri più reconditi, e avere come “glassa sulla torta” la più accattivante interfaccia grafica che fosse in circolazione (qualcosa da cui MS Vista avrebbe copiato un bel po’ di anni dopo), era davvero come toccare il cielo con un dito. Peccato che la versione iniziale del Mac OS X, 10.0, era poco più di una “proof of concept”: sembrava, sì, che facesse tutto quello che prometteva, ma con una lentezza esasperante. Il meccanismo del “dual boot”, per mezzo del quale era possibile commutare dal MacOS 9 “tradizionale” al nuovo Mac OS X semplicemente tramite un riavvio aumentava lo stress: non solo era necessario avere doppie versioni di tutti i programmi applicativi (ammesso che per tutti esistesse la versione “nuova”), ma era esasperante toccare con mano l’abissale differenza di velocità tra il vecchio sistema, ormai ottimizzato per la piattaforma PowerPC, ed il nuovo, qualunque applicazione si usasse.

Finii per adattarmi ad usare il vecchio sistema “per lavoro” e provare a lanciare il nuovo “X” solo quando ero in fase ludica (ma con tendenza al masochismo).
Qualche volta la mia predisposizione al masochismo superava anche la soglia del ridicolo. Mi ricordo di un’occasione in cui ero speaker ad un convegno, un convegno di quelli presenzialisti, piuttosto commerciale. Per fare l’originale a tutti i costi, avevo preparato la mia presentazione sul nuovo software di Apple, Keynote (simile a PowerPoint, ma scritto seguendo i canoni estetici di Steve Jobs), che girava solo sotto OS X. 

Per complicarmi la vita, le prime versioni di OS X non erano in grado di riconoscere dinamicamente la presenza di un monitor esterno: era necessario avviare il sistema con il monitor già connesso. E per completare il quadro, la versione di OS X che potevo usare, probabilmente ancora in “beta test”, poteva fare il “boot” all’accensione solo da CDROM; anche se, una volta partito potevo mettere il G3 in standby senza problemi.

Ben conscio delle limitazioni del mio Mac (e con un po’ di senso di inferiorità nei confronti dell’onnipresente “Wintel” che era già in grado di commutare su schermo esterno con un tasto), avevo iniziato a fare tutte queste procedure ben prima dell’inizio della sessione, organizzandomi quindi per mettere il PowerBook in standby, staccando il cavo che collegava il proiettore, in modo da procedere poi a riconnettere il proiettore solo al momento del mio intervento, risvegliando infine magicamente il laptop proprio sulla finestra iniziale della presentazione.

Ma, come insegna Murphy, le cose ben predisposte in genere vanno a finir male e quindi, quando iniziai a parlare il PowerBook invece di riprendere il collegamento con il monitor esterno andò in crash, un vero crash di sistema, di quelli che non vedevo dai tempi delle workstation UNIX. E così mi ritrovai sul palco a dover eseguire al volo un completo riavvio da CDROM – e tutt’altro che rapido, seguito dal lancio dell’applicazione Keynote e apertura della mia presentazione. Tutto questo mentre intrattenevo il mio pubblico, parlando a braccio dell’argomento per cui ero stato chiamato. Sono stati i dieci minuti più lunghi che ho vissuto sotto lo sguardo di tante persone.

Il mio rapporto di affezione con Pismo, dopo le tante avventure insieme, a partire da quello smarrimento londinese, era tale che quando giunse il momento di contrattare la mia fuoriuscita dall’azienda chiesi di poterlo tenere con me: il suo valore di carico nel libro cespiti di I.NET era ormai trascurabile ed invece a me sarebbe servito ancora per un po’, salvo poi passarlo a Daniele, per lui il primo di una lunga serie di “book” Apple.

  • Proprietà: ITnet, poi I.NET
  • Periodo: 2000-2004