Il 1992 fu l’anno in cui EUnet occupò molta parte delle mie energie. Era arrivato Glenn, come grazioso dono di EurOpen per cercare di mettere ordine e forma a quella galassia disomogenea, ma molto promettente, che si faceva chiamare EUnet. Ironia della sorte che fosse stata proprio EUUG/EurOpen a prendere quest’iniziativa, che nel prosieguo della storia Glenn avrebbe avuto un ruolo da protagonista nell’affrancare EUnet Dalla Associazione e tracciare il suo futuro di lì in poi.
Io ero stato eletto nel Consiglio Esecutivo (“the Board”) e avevo il ruolo di tesoriere, cosa che richiedeva di lavorare a stretto contatto con il managing director; Glenn, appunto.
La squadra era così composta:
Michael Nowlan, chairman; irlandese del centro di calcolo del Trinity, responsabile di IEnet, la persona più integerrima che abbia conosciuto nell’ambiente. Ma non un presidente: bravissimo a tenere le minute, a organizzare gli temi da presentare alle assemblee, ma incapace di controllare quella volpe di Glenn, che via via si allargava e diventava sempre più indispensabile. Michael era l’amico che tutti vorrebbero avere: sempre sollecito e sensibile ai problemi di chi gli stava intorno, sempre pronto ad accoglierti con il sorriso sulle labbra. Di Michael era quell’espressione “people with horns” che mi avrebbe girato nella testa quando, due anni dopo, sarei arrivato a Cambridge per incontrare, questa volta con la bandiera di ITnet, Peter Dawe di PIPEX. Nel 1992 EUnet aveva scoperto la concorrenza e i barbari con le corna in testa stavano arrivando a movimentare il campo dove EUnet viveva in quasi monopolio.
Axel Pawick, vice chairman. Uno della banda di UNIDO (UNIversity of Dortumund), quel gruppo di studenti e giovani ricercatori che dette origine a EUnet Germany, poi diventata UUnet Germany, a cui appartenevano anche Daniel Karrenberg, primo direttore di RIPE NCC, Michael Schneider e tanti altri che ho rincontrato nella diaspora delle reti IP europee. Il primo ricordo che ho di Axel mi è rimasto impresso nella memoria: Dublino, viali interni del Trinity College, 1983. Axel con i capelli a spazzola, i baffettoni e quel naso che basterebbe un po’ di biacca per sembrare quello di un clown, che si esercita a far roteare in aria le tre canoniche palline del giocoliere. Che grande gente i tedeschi: implacabili, determinati, ma anche romantici sognatori idealisti, e organizzatori implacabili. Axel era uno di quelli che sembrava non fare nulla sul serio, qualunque fosse l’impresa in cui fosse coinvolto.
Ted Lindgreen, consigliere. Olandese, Ted è stato una delle persone più spigolose e difficili da comprendere che abbia mai incontrato. Era bravissimo a ispirare antipatia, e la cosa sembrava quasi fargli piacere; eppure ogni tanto si apriva in sprazzi di umanità profonda e dolente, che ti facevano immaginare chissà che vita complicata ed infelice poteva esserci dietro. Tirchio peggio di uno scozzese – o un genovese – devo a lui il soggiorno nei peggiori alberghi di Amsterdam. Per lui NLnet era una missione, un servizio per il pubblico e non riuscì mai a concepire la rete come un’impresa commerciale. Non mi stupii quando, pochi anni dopo, seppi che, quando NLnet era riuscita a vendersi a UUnet, lui non aveva resistito più di qualche mese prima di andarsene.
E poi c’era Glenn Kowack. Americano come può esserlo chi ha genitori polacchi e ungheresi e cresce in un enclave est-europea dentro un ghetto di italiani alla periferia di Chicago (ricordo la sua battuta su quando aveva scoperto la relatività nel mondo: aveva sentito parlare alla televisione di minoranza – oppressa – italiana e si era stupito: “mamma, gli Italiani minoranza oppressa? Ma qui intorno sono tutti italiani!”).
Una discreta parte di quello che conosco di business, e sicuramente quasi tutto quello che sapevo quando mi imbarcai nell’impresa di ITnet, proviene da lui. I suoi fogli elettronici, in cui immetteva dati a velocità altissima (non mai capito se i corsi di battitura rapida all’università fossero uno standard americano o una sua scelta), i ragionamenti su quello che adesso posso chiamare “marketing strategico”, i suoi sforzi per inculcare principi commerciali in quella accozzaglia pre-competitiva che era allora EUnet.
Per molti mesi Glenn fu “one-man-band” per EUnet. Castano di capelli, ma con i geni dei rossi di capelli, ciuffo sulla fronte, naso dritto e baffetti da impunito, ostentando sicurezza in se stesso e nella pseudo impresa che aveva alle spalle, passava dalle riunioni improvvisate, seduto per terra in jeans e camiciaccia americana, a strimpellare business-plan sulla tastiera, alle presentazioni ufficiali in giacca e cravatta nei consessi misti accademico-commerciali (come fu RIPE nei primi anni), agli abboccamenti a due e tre con i coopetitor europei, dove bisognava esercitare la difficile arte della diplomazia e del ti dico e non ti dico.
Glenn chiacchierone e logorroico; ricordo una sua lunghissima mail a Rick Adams, fondatore e factotum di UUNet, nel 1992, in cui riusciva, con un lungo e convoluto giro di frasi lungo alcune pagine, a proporre un accordo minimale di collaborazione tra EUnet e UUnet; a cui Rick rispose, in perfetto stile Internet, includendo copia integrale del suo mai e aggiungendo solo due o tre caratteri, non ricordo se N-O oppure Y-E-S.
Glenn, europeizzato, vestito con il suo primo Armani, che investiva tutta la sua vita (ed un discreto numero di stock options, troppo generosamente concesse da Michael Nowlan) nell’impresa di EUnet. Glenn che lascia intendere, leccandosi i baffi, quali piaceri erotici e quali nuove prospettive una fidanzata parigina possa aprire ad un quarantenne americano nate ed educato nel MidWest.
I meeting di quello che era a tutti gli effetti un consiglio di amministrazione (e qualche volta anche molto di più: un gruppo di congiurati, ma questa è un’altra storia), avvenivano rigorosamente durante i week-end; due i motivi: a parte Glenn, per tutti gli altri EUnet era un secondo, se non un terzo (ad esempio io insegnavo Sistemi Operativi come primo – e pagato- mestiere, gestivo IUnet come secondo – e non pagato – ed EUnet veniva per ultima); inoltre i budget erano, per intransigenza calvinistica, risicati, e le tariffe aeree dei weekend erano meno della metà di quelle normali. Ovviamente questo metteva a dura prova la capacità di sopportazione, e a volte perfino la capacità fisica, delle S.O. (“significative others”, mogli o quello che fossero, per non parlare dei figli per chi, come Michael ed io, avevamo optato per una vita – almeno apparentemente – “normale”).
Quella volta ero ospite in casa di Glenn. Come managing director e tesoriere avevamo il compito di preparare il budget per la riunione del Board che avrebbe avuto luogo la domenica. In realtà il mio ruolo era quello di mettere un freno alla sua velocità e creatività imprenditoriale, garantendo nei confronti del resto del Board che i numeri che venivano fuori fossero plausibili (non per sminuire il mio ruolo di allora, ma il precedente tesoriere, lo svedese di cui non ricordo il nome, era riuscito a sbagliare di un fattore 10 i costi previsti per la connettività internazionale senza che la folla iniziasse a lapidarlo).
Glenn aveva un piccolo appartamento in vero stile olandese, in un palazzo sulla riva di un canale; da Schiphol si arrivava in treno ad Amsterdam Centraal: allora l’aeroporto era più piccolo, e la stazione dei treni era separata da un sottopasso, non come ora dove una cupola ingloba tutto in un’unica grande area commerciale. Dalla stazione centrale si poteva andare a piedi, meno di 1 km seguendo la Damrak, e poi a destra in Oude Dolenstraat, finché, superato il ponte si svoltava a destra lungo il canale in Oudezijds Voorburgwal, e dopo 100 metri c’era casa sua. Scale ripidissime come ovunque ad Amsterdam. Non mi ricordo se era quella volta oppure una successiva che Glenn ospitava anche il suo amico fraterno dell’enclave di Chicago, che non poteva che chiamarsi “Tony Esposito”, italo-americano di terza o quarta generazione.
Io ero arrivato il venerdì sera, con il consueto volo Genova-Zurigo-Amsterdam; accolto da Glenn, avevo esibito un vasetto di pesto casalingo e un pacco di “bavette” (come si dice dalle mie parti) o “linguine” come usano dire altrove, America compresa; e poi gli avevo insegnato i primissimi rudimenti di cucina mediterranea. Da bravo americano Glenn aveva sopperito alla mancanza di sale in quantità adeguata per l’acqua della pasta presentandosi con la sua tazza sulla soglia di casa del vicino olandese: un’atteggiamento che vedevo come tipico americano, la mitica “neighbourhood”. Senza parlare di quanto fosse per me fonte di meraviglia scoprire che uno poteva vivere tranquillamente nella Amsterdam degli anni ’90 senza aver ancora imparato una parola di Olandese.
Il sabato era passato in una full-immersion nei fogli elettronici, avendo come sottofondo le Sei Suite per violoncello di J.S. Bach suonate da Yo-Yo Ma, una delle più belle scoperte che abbia mai fatto (tanto che dopo pochissimo tempo avrei comprato la mia copia del doppio CD). Yo-Yo Ma mi fa venire in mente la faccia di Ted, il giorno dopo, disgustato dalle vibrazioni di basso del violoncello che chiedeva di spegnere perché la musica gli dava letteralmente sui nervi.
Il meeting sarebbe iniziato alla domenica mattina, per cui la sera di sabato avevamo avuto una cena informale insieme a Ted e forse a Michael. Sicuramente Axel sarebbe arrivato la domenica mattina: a volte mi stupisco di come siano corte le distanze nell’Europa centrale e come quello che noi riusciamo a fare arrabattandoci tra Torino, Milano, Padova, Bologna e Firenze per loro abbia voluto dire girare in poche ore tra più frontiere – quando c’erano frontiere! – di Francia, Lussemburgo, Belgio, Olanda e Germania.
La domenica mattina ci ritrovammo nello spazio più o meno angusto dello studio di Glenn, che rispetto all’ufficio, allora ancora saldamente localizzato nel complesso del MC Zentrum e NIKHEF in Kruislaan, era molto più facile da raggiungere e più prossimo ai servizi essenziali di giorno festivo, quali vitto ed alloggio.
Il tempo scorreva proficuo e le attività di EUnet, preparate sui fogli elettronici di Glenn ed avallate dalla supervisione del sottoscritto, prendevano forma e consistenza. Doveva essere quella anche l’epoca in cui il “Grande Colpo di Mano” prendeva forma, con la costituzione di una EUnet ltd ad opera di 5 individui poco raccomandabili, per poi mettere EurOpen davanti al fatto compiuto e affrancare definitivamente la Rete dalla Associazione.
In ogni caso ci ritrovammo ben oltre le 13 in calo di zuccheri e Michael, sempre attento all’equilibrio psicofisico dei suoi compagni d’avventura, propose un break con pausa pranzo. Non banale trovare un locale aperto di domenica, ma Glenn seppe guidarci verso un localino di cucina multietnica a 50 metri da casa sua. Ricordo i tavolini e le sedie in alluminio, il cameriere che veniva a prendere le ordinazioni. Amsterdam era quasi deserta, dopo i bagordi del sabato sera. Anche il locale era praticamente deserto: oltre al nostro gruppo di cinque c’era un unico cliente a un tavolo da solo che leggeva un giornale, italiano.
Titolo a 9 colonne sulla prima pagina: “assassinato Falcone con tutta la scorta”. Come mi cadde l’occhio sul giornale mi alzai, lasciando a metà lo smalltalk in inglese mediocre e mi avvicinai a quello che era sicuramente un compatriota; gli chiesi di farmi dare uno sguardo alla prima pagine, e poi ritornai dai miei compari che mi guardavano con aria interrogativa.
Mi vergognai di essere italiano, e ci misi un po’ a recuperare la capacità di articolare una parola; dopodiché mi toccò pure di spiegare, in inglese, che cosa stava succedendo in Italia.

