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PowerBook G3 “Pismo”

1999. Ci volle l’euforia susseguente l’acquisizione di ITnet da parte di Wind per vincere le resistenze ddi Gianni Signa, socio e CFO (sempre attentissimo alle spese). Così riuscii finalmente a mandare in pensione il precocemente invecchiato PowerBook 5300/100.

Ero in un momento particolarmente euforico e ottimista della mia vita professionale, ma davvero con il “Pismo” (il nome di codice interno Apple con cui era chiamato da tutti gli addetti ai lavori) fu davvero amore a prima vista.

Le forme lievemente curvilinee dei fianchi, l’inserto in gomma al centro del guscio superiore così piacevole al tatto, la spia luminosa verde che, quando il Powerbook andava in stand-by, non lampeggiava freneticamente come nelle versioni precedenti, ma pulsava lentamente quasi come una creatura viva: tutto era predisposto per creare un rapporto sensoriale-emozionale che andava al di là del semplice oggetto.

Unico neo: la tastiera. La qualità non era all’altezza dei predecessori: “plastichina” leggera, pessima risposta alla pressione. Per di più io avevo fatto un tragico errore: nella fretta di far partire l’ordine per il nuovo personal computer, non avevo specificato di volere una tastiera “US-ASCII” (o “QWERTY”) ed era quindi arrivata la versione standard per l’Italia, con una tastiera “italiana” (o “QZERTY”) con tanto di lettere accentate, ma nessuna traccia di parentesi graffe (‘{‘, ‘}’) o di “pipe” (‘|’). Una situazione quasi invivibile per uno che ancora per un po’, anche se a fatica, non poteva fare a meno di avere a che fare con codici di programmazione (in realtà, ormai, con la mia formazione da sistemista, sapevo scrivere e usare solo scripts in Perl, ma ce n’erano alcuni talmente complessi che non accettavo di passarne l’uso e la gestione a nessun’altro).

A dire il vero, questa era la seconda volta che riuscivo a sbagliare l’ordine per un personal computer Apple e di conseguenza mi ritrovavo a bisticciarmi con una tastiera italiana… La volta precedente ero arrivato al punto di eradicare uno per uno i tasti che non corrispondevano per sostituirli con quelli della versione americana (cambiare la configurazione software in modo che la tastiera fosse riconosciuta correttamente era stato ben più immediato!).

Avete mai provato a scrivere velocemente su una tastiera diversa da quella consueta? Occhio, cervello e dita entrano in conflitto tra loro e ci vuole un lungo periodo di rieducazione prima di riuscire ad usare coerentemente quei pochi tasti che non sono là dove dovrebbero essere. Ad esempio la Z e la W (nella versione americana Q-W-E-R-T-Y sono le lettere da sinistra a destra nella seconda riga della tastiera, a cui corrispondono Q-Z-E-R-T-Y in quella italiana), ma ancora peggio è lo scambio tra M e la virgola in basso a destra, per non parlare delle cifre da 0 a 9 che sono là dove te li aspetti, solo che è necessario pigiare il tasto delle maiuscole…

L’altro “difetto”- per così dire – del Powerbook G3, sicuramente vissuto come tale nella mente perversa di Steve Jobs,  era il nuovo logo di Apple in materiale traslucido sul dorso del coperchio, che si illuminava di bianco lattiginoso con la luce dello schermo LCD retroilluminato. Molto sexy e minimalista dopo la mela con i colori sgargianti dell’arcobaleno delle precedenti versioni. Ma con un grosso problema: aprendo il coperchio la mela compariva rovesciata! Fu solo con l’arrivo del Powerbook G4, diversi anni dopo, che questo “difetto” venne corretto.

Mi arrischio in una dotta osservazione sociologica: fino al Powerbook G3 Apple cercava soprattutto di gratificare l’utilizzatore, rafforzando il suo rapporto emotivo con l’oggetto, non solo quando era acceso e in uso, ma anche quando era spento: da qui la luce di standby che pulsa lentamente come certi animali luminescenti, e il logo con la mela, luminescente, ma comunque orientato a favore di chi si siede davanti al computer e sta per sollevare il coperchio. Con  il modello successivo, il G4, diventa evidente invece il ruolo di status symbol dell’oggetto, per cui bisogna far sapere agli altri, specie quelli che sono davanti a noi dall’altra parte dello schermo, che il nostro laptop è un Apple.

Niente è stato più sexy del Pismo. So anche di qualcuno che, disturbato dal logo rovesciato, arrivò al punto di fresare un cerchio nell’alluminio intorno al simbolo, ruotarlo e rincollarlo, mettendo seriamente a rischio la salute del display LCD che si trova subito dietro!

Un portatile per tutte le stagioni

Pismo mi ha accompagnato attraverso i tanti cambi di vita, di posto di lavoro e di progetti sul futuro degli anni tra il 1999 e il 2003.

Come ho già detto, fu acquistato da ITnet nel momento di euforia immediatamente successivo all’acquisizione di Wind, e fu una delle poche decisioni che feci in tempo a prendere autonomamente, subito prima dell’ingessatura totale che seguì.

Mi accompagnò a Roma nei miei tanti mesi da pendolare di lusso, ma, nonostante i miei tentativi – e non mi considero uno sprovveduto in fatto di reti, non riuscii mai a collegarlo alla rete interna di Wind in modo minimamente produttivo. All’inizio avevo in dotazione un “PC IBM-compatibile” (con connessione in rete Token-Ring, figuriamoci!) e dipendevo da un obsoleto ambiente applicativo Lotus per qualsiasi contatto con l’esterno. Per poter ricevere la posta elettronica nell’unico modo che mi era congeniale ormai da tanti anni ero costretto a spedire ogni messaggio che ricevevo “@wind.it” al mio indirizzo “@IT.net”, e poi usare mezzi di fortuna, compreso il dial-up o la richiesta di ospitalità presso l’ufficio romano di ITnet, per riuscire a trasferire tutta la posta sul laptop.  In seguito ebbi finalmente un ufficio direzionale, con un collegamento Ethernet, ma il mio Mac rimase sempre un corpo estraneo per il mondo Wind. Avrei dovuto capirlo…

Quando alla fine mi dimisi, rinunciando a qualsiasi carriera nella grande azienda (ma questa è un’altra storia), l’unica cosa che chiesi fu di poter portare con me proprio il Pismo. Mi impegnai a ripulirlo di ogni informazione riservata che avessi acquisito nel corso della mia breve carriera, chiesi solo ai tecnici di ITnet di poter avere copia su CD dei miei vecchi archivi di posta (per la storia futura: volevo essere previdente e già intuivo di “aver fatto la storia” di Internet in Italia).

Per alcuni mesi feci il consulente di una start-up genovese, una delle tante iniziative che nascevano sull’onda dell’euforia della New Economy, quando sembrava che bastasse coniugare Internet con “qualsiasi cosa” per avere la chiave del successo. Questa in particolare aveva scelto una combinazione particolarmente ostica: e-commerce e sanità pubblica. Era una scommessa, e fui ben contento di non essermi fatto coinvolgere a filo doppio quando capii che gli azionisti avevano impostato una strategia che – con un eufemismo – si poteva definire alquanto originale. A dire il vero, non è che altre scelte strategiche, meno spericolate, sarebbero riuscite a raggiungere risultati brillanti: la bolla di Internet era quasi sul punto di scoppiare…

Pismo mi accompagnò anche nel mio successivo trasloco, in I.NET. Fu addirittura oggetto di una transazione commerciale diretta tra due degli ISP che si erano fatti la guerra per 6 anni. Transazione di reciproca soddisfazione, direi: ITnet valorizzava al prezzo di acquisto (senza svalutazione, ma era passato meno di un anno dall’acquisto), I.NET risparmiava sul prezzo del nuovo listino che un cambio dollaro/euro in salita rapida aveva rivalutato sensibilmente. Ed io potevo mantenere il mio consueto stile di vita e di pensiero. 

L’accoglienza in I.NET fu molto calorosa: non solo c’erano tanti degli altri “pionieri” con cui avevamo combattuto su ogni cliente (ed eravamo andati a braccetto alle tante battaglie regolamentari), ma c’era competenza, apertura mentale e – piuttosto importante in questa circostanza – eterogeneità di sistemi. Tempo richiesto per trovarmi connesso in rete, pienamente integrato nei sistemi aziendali: 15 minuti.

Se solo non mi avessero ricordato ogni momento che loro erano quelli che hanno fatto una “grandiosa IPO” e che “in I.NET ogni dipendente si sente – e si comporta da – imprenditore”  avrei potuto dire di aver trovato l’ambiente di lavoro ideale!

Una notte a Londra

Il rapporto di simbiosi quasi feticistica a cui mi ero spinto con il G3 nero giunse il suo apice alla fine del 2000, quando mi ritrovai a Londra per lavorare ad una delle grandiose acquisizioni che I.NET avrebbe potuto fare (ma la storia andò a finire molto diversamente). Ero reduce da una cena di lavoro, molto conviviale, con il coordinatore del team che stava organizzando la “due diligence” e stavo tornando in hotel intorno a mezzanotte. Ero appena rientrato in camera quando mi accorsi con raccapriccio che non avevo più con me la busta con il laptop. Mi crollò tutto il mondo addosso: non solo c’era là sopra tutta la mia vita, professionale e personale, ma c’erano fogli elettronici estremamente riservati, tutta l’analisi strategica e la valutazione dell’azienda che si stava per acquisire: non si trattava solo di una perdita irrimediabile, c’era il rischio di mettere a rischio alcune decine di milioni di Euro. Roba da andare a buttarsi giù dal Tower Bridge. Mi diedi da fare per quel poco che potevo: contattai il ristorante: niente da fare, nessuna busta grigia dimenticata; feci avvertire la centrale dei taxi dalla reception dell’hotel: un buco nell’acqua.

Infine me ne andai a letto, incapace di prendere sonno, immaginando un futuro di ignominia. Stavo ormai per crollare per la stanchezza accumulata, quando fui chiamato dalla reception: la locale stazione di polizia, a cui il mio tassista si era rivolto non appena si era accorto dell’oggetto – potenzialmente pericoloso, dal suo punto di vista -dimenticato a bordo, aveva trovato un appunto su un post-it (nell’epoca del “paper-less”!) su cui era scritto il numero di telefono dell’hotel, ed aveva provato a chiamare. Avendo confermato che c’era in effetti un italiano suonato che la stava cercando disperatamente, la busta era stata trattenuta e poteva essere ritirata dal mattino dopo.

Ringraziai lo stuolo di angeli custodi che mi accompagnava e riuscii a dormire, dopo aver messo la sveglia per un ora molto mattutina. Il giorno dopo mi fiondai alla stazione di polizia, recuperai l’oggetto smarrito (dopo aver dato prova di conoscerne il contenuto) ed arrivai più che puntuale all’appuntamento con i partner inglesi, come se nulla fosse accaduto.

Tra tutti i miei Mac, questo è stato quello che ha percorso il chilometraggio più alto, un po’ per le caratteristiche del mio lavoro in I.NET, un po’ per la turbolenza della mia vita in quel periodo.

continua…