La mia storia personale con le reti in genere e con Internet in particolare risale alla metà degli anni ’80 del secolo scorso. Il mio coinvolgimento fu quasi casuale, non mi vergogno a dirlo, nato da una sequenza di eventi che “per tangenti successive” mi portarono dentro il mondo delle reti. Ma forse no, era quasi inevitabile che ci finissi dentro.
Ricercatore di informatica all’Università di Genova (Ingegneria, ci tengo a sottolinearlo) investii molto del mio tempo per installare UNIX sui minicalcolatori del mio dipartimento a partire dal 1980-81. UNIX, nella versione distribuita dall’Università di Berkeley, conteneva un piccolo bagaglio di applicazioni per una rudimentale rete locale (Berknet) oltreché il software standard scritto ai Bell Labs per quella pseudo-rete geografica basata su linee telefoniche e modem (allora praticamente illegali in Italia) che andava sotto il nome di UUCP (“UNIX-to-UNIX CoPy”). Mi ritrovai così a fare una presentazione sulle mie “Esperienze con Berknet” a una delle prime conferenze della associazione europea degli utenti UNIX (EUUG) a Dublino. Quando, un paio di anni dopo, fu costituita l’associazione italiana (“i2u” per Italian UNIX Users [group], abbreviato IUU, e quindi “i 2-u”, acronimo inventato da Gigi Molinari, primo segretario di i2u), fui tra i primi aderenti e entusiasta divulgatore del sistema operativo “aperto” e del suo tanto software “libero, aperto, collaborativo”. EUUG era stata costituita pochi anni primi e la rete EUnet – una pseudo-rete di sistemi UNIX connessi via normali linee telefoniche – era uno dei suoi capisaldi, nonché strumento di proselitismo. La porzione italiana di EUnet aveva il suo nodo principale a Torino, generosamente ospitata da un’azienda, e offriva un primo rudimentale servizio di posta elettronica ai nodi che si collegavano, tra questi quello dei mio dipartimento, che accudivo amorevolmente (anche perché quasi nulla funzionava automaticamente).
Il passo successivo sul piano inclinato del coinvolgimento con le reti fu nel 1987, complice una congiunzione fortuita di eventi.
Intanto ero stato contattato da uno studente, direi piuttosto un hacker ante-litteram da quello che capivo, che era riuscito a mandarmi un messaggio di posta elettronica spedito dal mainframe del centro di calcolo dell’Università, dimostrando una conoscenza degli arcani di quel mondo primordiale che era stupefacente. Difficile da capire oggi che la posta elettronica viene usata da tutti, senza nemmeno rendersene conto e dove tutti hanno un “indirizzo con la chiocciola”. Basti dire che il grosso calcolatore IBM del centro di calcolo era collegato da qualche anno con alcuni altri mainframe IBM di altri centri di calcolo universitari o del CNR, tramite linee telefoniche affittate (ma sempre a bassissima velocità), usando il protocollo BITNET messo a punto in parte da IBM e in parte da università americane (come rudimentale software per realizzare pseudo-reti non era dissimile da UUCP). A sua volta il nodo più grande al CNUCE-CNR di Pisa era collegato con altri centri di ricerca in Europa, in quella che si chiamava EARN (European Research and Academic Network). A sua volta EARN, grazie a un collegamento transatlantico sponsorizzato dalla stessa IBM, comunicava con la rete BITNET che collegava un discreto numero di centri di calcolo universitari in Nord America, ovviamente tutti basati su hardware e software IBM. Da qualche parte nel Wisconsin uno di questi calcolatori era stato programmato per interloquire localmente con un sistema UNIX che, guarda caso, faceva parte della rete UUCP dei centri di ricerca e delle università americane. Per quanto fosse complesso far parlare due sistemi che più incompatibili non poteva essere, quei bravi samaritani dell’Università del Wisconsin avevano messo insieme un marchingegno software attraverso cui si poteva rilanciare su una rete i messaggi di posta provenienti dall’altra e viceversa, inizialmente solo a livello locale, ma poi anche a livello nazionale e infine globale. Era davvero come comunicare con gli alieni di un sistema solare remoto: non esisteva nessuna base comune su cui partire: gli indirizzi di posta erano pensati per essere interpretati solo tra sistemi omogenei, per inviare un messaggio da una parte all’altra della rete bisognava specificare – nell’ordine giusto! – Tutti i nodi intermedi che avrebbero dovuto ricevere e rilanciare il messaggio. Tra sistemi UNIX e IBM perfino gli alfabeti erano differenti, per cui anche il testo del messaggio rischiava di essere intraducibile. Eppure funzionava.
Quello che era davvero incredibile, per me, era che uno studente del primo anno, da un terminale del centro di calcolo fosse riuscito a: i) intromettersi come amministratore di sistema, ii) risalire alla sequenza di nodi che sulla rete BITNET permetteva di arrivare nel Wisconsin, trovare quale fosse il mio indirizzo di posta elettronica nel dominio UUCP (Goggle esisteva solo nelle fantasie etiliche di Douglas Adams), ii) recuperare – e comprenderne gli arcani! – il percorso che avrebbe dovuto seguire un messaggio imbucato sul sistema UNIX del Wisconsin per giungere, nodo dopo nodo, fino al calcolatore del dipartimento, iv) scrivere un messaggio (tutto in maiuscole) che facesse capire e non capire chi fosse e come ci fosse riuscito, e mettere in moto il tutto.

Per capirsi: era come scrivere un biglietto di poche righe e infilarlo in una busta, e poi in un’altra, e così via per almeno una decina di buste, tutte scritte in un alfabeto alieno (UNIX, poi infilare il tutto in un’altra serie di buste, sempre una dentro l’altra, questa volta usando l’alfabeto e gli indirizzi di BITNET. Dimenticavo di dire che, se la rete BITNET era una cosa “per ricchi”, con collegamenti sempre operativi, ancorché a velocità di qualche kilobit/sec, la rete UUCP era un accrocco molto più improvvisato, dove i collegamenti erano effettuati con telefonate notturne, talvolta con un operatore umano che componeva il numero di telefono del nodo remoto direttamente sul telefono. Ci volle qualche giorno, ma il messaggio in bottiglia arrivò nella mia casella postale, risposi e dopo poco mi ritrovai davanti questo ragazzone allampanato, Alessandro (“Ale”) Berni.
La fotografia qui a fianco è recente, ma molto somigliante: AB è una di quelle persone che da giovane sembrava maturo, e da quarantenne sembra rimasto giovane…
Nello stesso periodo, era maggio 1987, venivo catapultato, su richiesta del segretario di i2u a rappresentare l’associazione italiana alla conferenza dell’associazione europea, che si teneva ogni 6 mesi da qualche parte in Europa: dovevo sostituire qualcun’altro all’ultimo minuto e così mi ritrovai a Helsinki, in modo imprevisto e assolutamente casuale. Sempre casualmente, finiti i miei obblighi come “rappresentante per l’Italia” nel consesso associativo, scoprii che si sarebbe tenuta anche una riunione di coordinamento della rete EUnet (fiore all’occhiello e veicolo di promozione dell’associazione EUUG). Chiesi permesso e mi intrufolai alla riunione. Da quella riunione uscii con alcuni indirizzi di e-mail di persone che avrei frequentato per un bel po’ di anni, e alcune idee in testa: i) EUnet era un oggetto ben più complesso di quello che sembrava dalla mia “foglia” periferica di Genova, ii) veicolava un volume di traffico ragguardevole e in crescita esponenziale, iii) i costi per muovere questo traffico, soprattutto tra Europa e US erano considerevoli, e c’era molta preoccupazione e attenzione a ripartirli tra le nazioni partecipanti, iv) il collegamento con l’Italia era mediocre e instabile, e i suoi costi telefonici, niente affatto trascurabili (una chiamata internazionale con Amsterdam ogni notte) erano sostenuti – generosamente, o forse a sua insaputa – dall’azienda torinese di cui sopra.
Qui finisce l’intervento del caso: tutto quello che seguì, posso dire, “me lo sono andato a cercare”.
